Voi mi capite, perché mi conoscete.
Oggi, dopo una lunga giornata, parlavo con una signora volontaria della Croce Rossa e le dicevo:
«Sai, spesso io guardo oltre la povertà.
Vedo quello che noi, nel nostro primo mondo, abbiamo lentamente perduto.»
Sono cresciuto in una famiglia grande e modesta.
E spesso eravamo insieme proprio così, come in quella foto:
seduti, vicini, senza bisogno di molto.
Una parola, una risata, uno sguardo.
Forse è per questo che, a volte, sento che la mia casa è più qui.
È qui, dove mi fermo.
Dove mi siedo a parlare con le persone,
dove si ride senza un motivo,
solo per ridere.
Solo per un attimo incrociare gli occhi dell’altro
e riconoscersi, anche senza parlare la stessa lingua.
A volte pensano che io sia strano.
Ma chi se ne frega.
Se non ho tempo per fermarmi davanti a una famiglia,
per ascoltare una bambina che ride,
per condividere quel piccolo momento di vita,
allora forse ho capito poco della vita che mi è stata donata.
E allora resto.
Condivido quel sorriso.
Quegli occhi.
Quella risata che per un istante non conosce povertà, confini o differenze.
E forse è proprio lì che incontro dio.
Nel sorriso di una bambina.
Negli occhi di uno sconosciuto.
In una risata condivisa senza motivo.
E dio, allora, abbraccia me.
E abbraccia voi.


